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"La rovina della libertà" (parte I)

August 23, 2018

“La libertà non si può spiegare. Si può soltanto respirare senza pensarci, come l’aria, e come l’aria rimpiangerla quando non c’è più. A differenza dei dogmi, non reclama certezze e non ne offre. I suoi mattoni sono i dubbi e gli errori, gli slanci e gli abusi. I suoi confini sono labili, mobili. E la sua rovina è l’assenza dei confini, che le toglie il piacere sottile della trasgressione.”

 

Chiunque sia sopravvissuto ad una condizione mentale restrittiva, in un ambiente chiuso e dogmatico, potrà cogliere l’essenza e la profonda verità che trapela dalle parole di Massimo Gramellini sulla libertà: il dolce cullarsi nelle infinite possibilità che il mondo mette a disposizione, senza restrizioni o sensi di colpa, senza sentirsi inadeguati o ribelli, ma solo vivi.

 

Si è abituati a pensare alle sètte come ambienti lontani, pericolosi, dove vengono svolti riti devianti, magari satanici. Ci si chiede come le persone possano essere attratte e soprattutto credere in tali dottrine, seguendo il proprio guru sino a compiere atti nocivi e rischiosi. Si risponde che sono “persone ignoranti, deboli, prive di risorse, in cerca di un senso di appartenenza e di una guida”. 

 

Siamo veramente così sicuri che possa accadere soltanto agli stolti? 

Così certi che queste realtà siano lontane da noi? 

 

Per rispondere, facciamo un passo indietro e approfondiamo i cinque fenomeni psicologici che si celano dietro alla costituzione di una setta. 

 

1. La missione del gruppo è l’unica cosa che conta, più di ogni esigenza o obiettivo individuale. 

 

"Chi ha un perché da vivere può sopportare quasi ogni come” disse Nietzsche, ed è proprio per questo che i gruppi settari pongono sempre le loro radici in una missione. Nella maggior parte dei casi si tratta di obiettivi salvifici, sovraordinati, che riguardano l’umanità tutta e non unicamente i membri del gruppo: “salvare il pianeta”, “diffondere una dottrina che cambierà le sorti delle popolazioni a venire”, “creare un mondo migliore”, ecc. Sono quindi scopi moralmente apprezzabili, che attirano coloro in cerca di un “perché” per la propria vita. Così, è proprio la missione del gruppo a fungere da calamita e ad attirare nuovi adepti, trasformandosi poi lentamente in ciò che li imprigiona ed elimina la loro individualità. Infatti, entrando in un gruppo settario diventa presto palese – in modo più o meno esplicito – che il singolo individuo deve sacrificarsi per la causa collettiva, unico faro importante da seguire. Perdono di rilevanza le ambizioni, le esigenze e le preferenze di ognuno, in quanto tutte le energie devono convergere verso lo scopo comune. Il singolo lentamente si annulla e diventa uno tra i tanti, una mera “risorsa” ai fini della missione. Nella cultura settaria il fine giustifica i mezzi, sempre. La missione è la motivazione (o “giustificazione”) primaria per ogni gesto, anche i più devianti. Ecco perché i membri di questi gruppi sembrano non vedere, non capire le implicazioni per quanto appaiano criminali, distruttive e nocive. Ai loro occhi tutto è fattibile, sacrificabile per la causa: la propria vita, quella degli altri, i propri valori, quelli degli altri. 

 

2. Il leader ha capacità superiori e le sue scelte/richieste non sono discutibili.

 

All’interno di un gruppo settario è sempre presente un leader (o gruppo di leader), figura dominante a cui tutti i membri sono devoti. Spesso si tratta del fondatore del gruppo, colui che ha compreso per primo la missione a cui tendere e ne rappresenta il principale pioniere. Per questo è visto dagli adepti come un individuo da capacità superiori, che è stato in grado di comprendere la verità e ha avuto il coraggio di perseguirla. 

I gruppi settari hanno quindi una struttura gerarchica – più o meno esplicita. Il leader-guru, in virtù delle sue capacità e competenze non viene messo mai in discussione, le sue scelte hanno sempre un senso ai fini della missione e per questo ogni gesto è giustificato/giustificabile. Degli stessi, o quasi, privilegi godono i più vicini al capo-gruppo, che vivono di luce riflessa in quanto “scelti” dal leader in persona e dunque “intoccabili”. Perciò, per quanto spesso sia dichiarata pubblicamente, in questi ambienti non vi è vera democrazia. Il contributo delle “risorse umane” è equo fino a che si tratta di portare benefici, economici o lavorativi, alla missione; al tempo stesso però sono presenti forti disparità per quanto riguarda l’accesso alle informazioni e quindi, inevitabilmente, al libero arbitrio.

 

3. L’identità del gruppo si forma sulla base di una retorica “noi contro loro”.

 

Uno dei modi più diffusi in ambienti settari per creare identità e coesione nel gruppo è la contrapposizione con tutti coloro che non ne fanno parte, quindi che non comprendono l’importanza della missione. Vengono messe in campo strategie comunicative di ogni genere, a seconda dell’ambito della setta, per stabilire il confine tra “dentro” e “fuori”, tra comportamenti accettabili e recriminati, tra modi di pensare corretti e scorretti. I membri, così, per paura di essere additati come trasgressori si mostrano ligi alle prassi interne e, lentamente, senza accorgersene, si allontano sempre più dal resto della società – proprio quella società che spesso desiderano cambiare. Il mondo esterno è quindi considerato inferiore e sbagliato, le persone che ne fanno parte inadeguate e sciocche. Gli adepti, invece, sentono di fare parte di una rara élite, di essere fortunati ad aver incontrato nel loro percorso il leader, che ha salvato la loro vita. Così, la vista si fa “a tunnel” e rende, poco a poco, i membri del gruppo sempre più corrompibili e manipolabili.  

 

4. Il leader e i suoi collaboratori diretti controllano la comunicazione esterna.

 

“La cultura rende l’uomo libero” ed è proprio per questo che, ai fini del mantenimento di una prigione mentale, non vi è strategia migliore che il controllo delle comunicazioni, dell’accesso alle informazioni e quindi dell’esposizione a punti di vista differenti. Per poter condurre un gruppo settario e mantenere la devozione dei suoi adepti alla missione comune, diviene quindi necessario arginare gli input che derivano dalla società esterna. Questo obiettivo viene raggiunto principalmente attraverso due modalità: in primis limitando quanto più possibile le interazioni tra adepti e non-adepti; in secondo luogo creando delle retoriche generiche e trasversali che portino i membri a screditare a priori tutto ciò che viene detto o fatto al di fuori. 

Una modalità diffusa è la creazione di un linguaggio interno, attraverso la vera e propria coniazione di nuove parole e modi di dire. Così facendo, infatti, il resto del mondo non potrà comprendere ciò che si dice “all’interno”, risultando così “inferiore” e “incapace” agli occhi dei membri della setta; al tempo stesso chi è fuori non userà per loro un linguaggio sufficientemente “corretto”, “preciso”, “accettabile” per essere, anche solo, preso in considerazione. 

Altro stratagemma diffuso per separare interno ed esterno, così da limitarne le comunicazioni, è la “tecnica del segreto”: viene chiesto agli adepti di mantenere totale riservatezza su alcune tematiche e prassi interne, che non potrebbero essere “comprese” all’esterno e verrebbero quindi – erroneamente – mal considerate. Questa astuta modalità crea prima di tutto coesione interna, generando affiliazione in chi custodisce i segreti, che si sente importante e caricato di grandi responsabilità; in secondo luogo permette ancora una volta di creare divario con chi “è fuori” – sia esso genitore, parente o amico – che non potrà così commentare negativamente le pratiche di cui è stato messo all’oscuro. 

 

5. Il leader e i suoi collaboratori diretti controllano la comunicazione interna.

 

Così come le comunicazioni verso l’esterno, anche quelle interne ai membri del gruppo possono essere pericolose per la missione e incrinare la devozione degli adepti, dunque sono anch’esse controllate e gestite. Per questo motivo, è raro che all’interno di una sètta ci siano persone, oltre al leader e a volte nemmeno questo,  che hanno accesso a tutto lo scibile su quanto accade nel gruppo. Viene quasi sempre messa in campo una strategia che permette di non diffondere eccessivamente determinate informazioni, che rimangono di competenza di pochi “eletti”. Anche internamente, quindi, viene usato lo strumento del “segreto” come abitudine comunicativa: così come verso l’esterno, viene stabilito che determinate informazioni vadano tenute riservate anche nei confronti dei propri compagni, pena ripercussioni nel perseguimento della cosa più importante, la missione. L’esito strategico è che tutti sanno qualcosa, ma nessuno sa quello che sanno gli altri e quasi nessuno sa tutto: “mettere insieme i pezzi del puzzle” potrebbe infatti risultare deleterio, in quanto si delineerebbero le incongruenze interne, le incoerenze e le pratiche restrittive messe in campo verso chi supera i confini di ciò che è lecito. 

Una tecnica molto efficace usata per controllare le comunicazioni interne è quella di legittimare dei momenti di "confessione" dei singoli adepti, che sono chiamati a rendere conto dei loro comportamenti trasgressivi, così da poter essere aiutati a ritrovare la “retta via”; per gli stessi motivi sono spesso fortemente promosse, nonché ricompensate, le segnalazioni delle trasgressioni altrui. Viene così monitorata, con queste strategie manipolative, la devozione dei singoli membri, per poter mettere in campo tutto ciò che serve affinché rimangano entro i confini di ciò che è accettabile per il gruppo e continuino a perseguire la missione.

 

 

Ambienti che reclamano e offrono certezze, pongono confini e denigrano i trasgressori. Ambienti in cui il sapore della libertà, come descritto da Gramellini, non è rimpianto in quanto può essere solo apprezzato a posteriori, costruito sui dubbi e gli errori, sugli slanci e gli abusi. 

 

Quanto sono effettivamente distanti le dinamiche psicologiche qui descritte, da ciò che si crea in determinati ambienti lavorativi, in molti partiti politici, nelle scuole di pensiero filosofiche e così via? Quanto effettivamente siamo distanti noi, persone che dicono di “non poter mai essere manipolate ad entrare in una sètta”, da tutto ciò? Quanti di noi, infatti, hanno vissuto situazioni come quelle affrontate in questo articolo? Magari non riguardavano riti religiosi, forse non comprendevano abusi fisici e psicologici gravi, oppure in alcuni casi ruotavano solo attorno ad uno dei cinque punti descritti; ma quanti di noi possono veramente dire di non averlo mai provato sulla propria pelle?

 

Ci interroghiamo sulla natura umana, sul motivo per cui tendiamo a scegliere quattro mura entro cui alloggiare, dei confini entro cui stare e magari, un giorno, da trasgredire. L’infinito ci spaventa, le troppe possibilità ci confondono. Tutti alla fine crediamo in qualcosa e non crediamo a qualcos’altro. Come possiamo capire, dunque, se siamo in pericolo? Se ci è stato fatto il cosiddetto “lavaggio del cervello” e il nostro libero arbitrio è stato manomesso? 

Forse, si potrebbe rispondere che se è la persona a decidere autonomamente di stare dentro a quei confini, significa che non è stata manipolata. Mi permetto di dissentire: sarebbe come pretendere da un anziano che soffre di Alzheimer di rendersi conto dell’avanzamento della propria malattia. 

 

Nessuno è immune, perché tutti vogliamo appartenere, tutti vogliamo credere e dare un senso o uno scopo alla nostra esistenza.

In definitiva la rovina della libertà, ce lo dice Gramellini, è proprio l'assenza di quei confini che "toglie il piacere sottile della trasgressione".

 

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