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"Ci vuole l'intero villaggio"

September 5, 2017

Viaggiando verso sud, oltrepassando l’equatore e giungendo nel cuore dell’Africa centrale, anche detta Africa Nera, si possono scorgere dall’alto tanti piccoli Villaggi. Un caleidoscopio di culture tradizionali, di etnie, di religioni e di dialetti. Si tratta di comunità di piccole dimensioni, spesso nomadi e generalmente governate da un capo-villaggio, affiancato dalla sua famiglia e dal consiglio degli Anziani.

È proprio da quei popoli, così lontani dalla complicata e frenetica cultura occidentale, che giunge l’antico e saggio proverbio: “per crescere un bambino, ci vuole l’intero villaggio”. Quanta Democrazia in poche parole, che rendono conto dell’importanza della coesione della comunità in cui si vive, del supporto reciproco che i cittadini possono darsi.

I villaggi africani, circa una volta al mese, organizzano la Maka. Si tratta di un raduno diurno dell’intero villaggio per discutere delle tematiche comuni: questioni tra le più svariate, dalla giustizia all’ambiente, dall’eredità alle calamità naturali, dalle divinità agli antenati. La Maka è un esempio di democrazia partecipata, in cui ogni membro della comunità è chiamato ad offrire il proprio contributo ed ha diritto ad essere ascoltato. Un forum di condivisione e rete, di interazione e socializzazione, dove la cosa pubblica viene costruita e modellata sulla base delle esigenze di coloro che abitano il villaggio.

Ora, provando a superare i giustificati dibattiti politici che può indurre un tema come questo, vorrei, qui, approfondire l’essenza del proverbio: è solo una questione di solidarietà e di morale umana, oppure l’impatto della comunità sulla formazione e la crescita di un individuo è fatto comprovato e imprescindibile? Perciò, il famoso detto africano è applicabile anche ad una società più ampia e complessa come quella nord-occidentale?

Facciamo un passo indietro per comprendere l’origine di una qualsivoglia comunità di individui. L’uomo, sin da quando ha tracciato i primi disegni sui muri delle caverne, si è distinto dagli altri animali per l’uso del Linguaggio, che ne ha guidato l’evoluzione sino ad arrivare ai giorni nostri. L’importanza di questa facoltà ha riscosso interesse tra gli studiosi di tutte le epoche che, storicamente, hanno osservato il linguaggio da molti e diversi punti di vista: psicologi, filosofi, sociologi, linguisti, antropologi lo hanno analizzato, sezionandolo in ogni sua componente (cognitiva, semantica, fonetica, concettuale). Tutti, però, sono concordi su un fatto: l’uomo è nato per interagire, con i suoi simili e con tutto ciò che lo circonda, e non può farne a meno. Come insegna Paul Watzlawich, nei suoi assiomi della comunicazione postulati a Palo Alto, “non si può non comunicare”! Anche nel silenzio vi è valore, nella solitudine vi è connessione, nell’immobilità vi è cambiamento.

Comprendiamo dunque che - Maka o non Maka - gli individui che compongono una data comunità sono comunque in rete, i destini degli uni legati a quelli degli altri, le vite reciprocamente influenzate. Basti pensare ad un bambino che cresce e mano a mano amplia la sua rete sociale, incrementa le possibilità di venire a contatto con cose e persone al di fuori del proprio, protetto, nucleo familiare. Quest’ultimo ne rappresenta certamente la prima comunità di interazioni, poi però vi è il quartiere, il paese e in definitiva il mondo intero. La nostra scelta ricade nell’uso della rete sociale, non nella sua esistenza. Possiamo decidere se usarla per creare coesione e fissare obiettivi comuni, per crescere insieme ed arricchirci vicendevolmente. Oppure, come troppo spesso accade nella nostra così “evoluta” società, le interazioni possono essere cavalcate per creare dibattiti, differenze, categorie e di conseguenza disgregazione sociale. Dobbiamo comprendere, però, che siamo sempre tutti connessi.

Quindi, la risposta alla domanda posta è sì, l’impatto della comunità sullo sviluppo dell’individuo è innegabile, a prescindere dalle sue dimensioni o convenzioni socio-politiche e istituzionali. A prescindere se la chiamiamo “terzo mondo” o “mondo civilizzato”. Così come in Africa, anche qui siamo in fondo dei villeggiatori, anche se più numerosi, e abbiamo i nostri capo-tribù, anche se ne abbiamo tanti e che non seguono discendenze familiari; anche noi abbiamo il comitato di anziani, anche se a volte dubitiamo della loro saggezza. Ci manca solo la Maka, l’uso dell’interazione per creare coesione e appartenenza. Io propongo di indirla, allora. Il motivo? Perché per crescere un bambino, ci vuole l’intero villaggio.

 

 

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